Content Marketing

I miti dell’Influencer Marketing che potrebbero far fallire la strategia

Una delle ultime statistiche rilasciate dall’autorevole eMarketer, circa l’approccio delle aziende all’Influencer Marketing è di Novembre scorso e stimava che il 48% degli intervistati (170 marketers statunitensi) prevedevano di aumentare gli investimenti in attività di Influencer Marketing per il 2017.

Tra le attività di Influencer Marketing più diffuse e ritenute efficaci troviamo:

  • programmi di ambassador;
  • recensioni di prodotti;
  • brand mentions;
  • copertura di eventi;
  • contenuti sponsorizzati;
  • ecc.

Al di là di questi dati riferiti al mercato americano, l’Influencer Marketing ha preso piede un po’ in tutto il mondo occidentale. Anche nel nostro Paese. Basta guardare all’esercito di influencer sorto su Instagram, il più delle volte autoproclamati, o piattaforme di brand ambassador come Buzzoole, in questo periodo sulla cresta dell’onda.

Accertato che attività di Influencer Marketing possano davvero funzionare, bisogna anche comprendere bene, prima di lanciarsi a capofitto senza una reale conoscenza della strategia e pianificazione delle attività, quali sono i rischi da evitare per non finire nell’esborso di budget in campagne fallimentari.

Ho letto questo recente articolo pubblicato su Adage, in cui vengono segnalati 5 aspetti che spesso non si tengono in considerazione quando si pianifica un’attività di Influencer Marketing. Noncuranze che si trasformano presto in errori.

1. Meglio co-creare che sponsorizzazione

L’amplificazione organica funziona meglio di quella a pagamento, c’è poco da discutere. Ecco perché ogni campagna dovrebbe essere studiata assieme agli influencer e non sottoposta all’influencer, come se fosse un media amplificatore della campagna già studiata a tavolino.

2. I brand non influenzano le persone.

Il maggior elemento di fiducia è dato dal consiglio di una persona, non da un brand. Ciò che può fare un brand è solo coinvolgere l’influencer per creare l’energia attorno al prodotto o al servizio che si appresta a lanciare.

3. Gli influencer non sono punti vendita.

I marketers dovrebbero coinvolgerli per puntare principalmente all’engagement e alle conversazioni su un prodotto, da cui poi far nascere le conversioni. L’amplificazione a pagamento può aiutare, ma non deve essere la leva primaria della strategia. Se così fosse vorrebbe quasi dire che l’influencer è uno di quelli auto-proclamati, ma che non gode di fiducia e seguito da parte del suo pubblico.

4. Celebrity non vuol dire Influencer

La rete e la comunità attorno alle celebrities sono i veri Influencer. Infatti sono gli influencer a modellare aspetto e personalità di chi diventa poi una vera e propria star.
Sembrerebbe inoltre che le campagne che coinvolgono micro-influencer siano 6,7 volte più efficienti per engagement di quelle che coinvolgono Big Influencer, con un minor costo e un miglior ritorno dell’investimento.

5. L’Influencer non è una tattica, ma una strategia.

Gli influencer dovrebbero essere coinvolti in tutte le fasi della strategia, non soltanto in quella finale di amplificazione. Pena il fallimento dell’intera campagna. L’influencer conosce il suo pubblico, conosce il modo di dialogare e i contenuti che coinvolgono di più il proprio pubblico. Ecco perché deve essere integrato nella pianificazione dell’intera campagna.

Occhio quindi, se vi capiterà di organizzare e/o gestire campagne di Influencer Marketing, a tenere sempre bene a mente queste considerazioni!

Co-founder dell'agenzia, laureato in Marketing e Comunicazione d'azienda, ha fatto dei Motori di Ricerca e dei Social Media la sua passione. Esperto di Content Marketing e autore del libro "Gestisci Blog, Social e SEO con il Content Marketing" si occupa di sviluppare strategie digitali finalizzate alla crescita di visibilità e fatturati di grandi aziende e Pmi.

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