Alcuni giorni fa Stefano Gorgoni, un SEO che apprezzo e con cui ho avuto modo di compartire scenario al BeWizard 2012, ha pubblicato un post intitolato “Il link building è black hat“. Il titolo, piuttosto fuorviante a mio parere, è poi corretto e specificato all’interno del post, quando Stefano precisa che “il link building fatto da un SEO è black hat”.

Oh, oh, oh… davvero è così?

Diciamo che il 90% di quanto scrive Stefano è condividibile in linea generale, ma – sinceramente – quella frase non riesco ad accettarla.

Non la condivido perché si parte da una premessa, il concetto di SEO, che non è quella che io ho come mia base di concepire la professione, come pure non lo è per un gran numero di professionali del settore.

In un recente post, mi chiedevo cosa fosse un SEO… La domanda è legittima, perché la figura del SEO è cambiata enormemente in questi ultimi anni.

Oggi come oggi un SEO non è più qualcuno che ottimizza il codice e piazza links in una decina di directories web o facendo article marketing. Il vero SEO di oggi è un professionista che conosce come funzionano i motori, lavora su un sito perché questo sia il più efficacemente indicizzato e  ottimizzato per le keywords più performanti, e che poi interviene in modo attivo in tutta quelle cose che sono:

  • Strategia di promozione del sito;
  • Pianificazione delle azioni di promozione.
  • Messa in pratica di quelle azioni.

Il lavoro del SEO oggi non può più essere pensato come qualcosa di isolato dalle altre altre discipline: Content e Media Marketing.
E, come conseguenza, anche il Link Building è evoluto e molto ha a che fare in modo centrale con i Contents e l’uso dei Social Media come strumento di diffusione e promozione di quei contents.

Diciamoci la verità, il tipo di Link Building che Stefano descrive non si può definire Link Building, ma spazzatura. Come pure associare la parola SEO all’uso di tattiche poco trasparenti se non direttamente truffaldine, è volere screditare il significato positivo che la parola SEO ha sia come disciplina che come industria di professionisti del Search Marketing.

Il Link Building non è Black Hat, neppure quello fatto da un SEO. Anche perché non esiste quello che si definirebbe come un “link naturale”. Un link è sempre indotto, in maniera cosciente o no. È il frutto di un potere di convincimento da parte di chi desidera il link verso coloro che possono offrigli quel link.


Nel caso di Black Hat il convincimento è normalmente di tipo economico:

  • Text Paid Links;
  • Paid Reviews
  • Banner Advertisement con follow links (quando dovrebbe essere nofollow)
  • eccettera, eccetera…

Nel caso di White Hat SEO il convincimento è frutto di azioni di puro marketing. Marketing di contenuti, perché si è studiato a fondo cosa i nostri target stanno cercando e desiderano compartire. Marketing sociale, perché abbiamo saputo promuoverlo nei Social Networks attraverso le connessioni con influencers del settore o, addirittura, perché abbiamo utilizzato sistemi “non SEO”, come le Promoted Stories in Facebook.

Il problema, forse, è che ancora persiste l’idea che il SEO è qualcosa che non ha nulla a che fare con il Content Marketing o con il Social Media.
Non voglio con questo dire che Content Marketing è SEO, non lo è. E neppure voglio dire che il Social Media è il nuovo Link Building.
Semplicemente dico che in un Internet sociale come è quello attuale, in cui la gente è condivide Contenuti e altra gente (i siti) parla dei Contenuti che la prima condivide, è assurdo pensare al link building se non attraverso l’uso intelligente delle sinergie che quelle due discipline offrono.

Il SEO ha il suo diritto di esistere, perché è come il mirino di un fucile… ti aiuta a prendere la mira, in modo tale che la pallottola (il Content) centri perfettamente il bersaglio (che opera in un intorno sociale). È la capacita analitica del SEO che permette di scoprire realmente che contenuti creare con cui poi alimentare il social media, che a sua volta retro-alimenta il sito di cui sono l’espressione.

Questo è il succo del nuovo link building, basato sul relationship marketing e che fa del Social uno strumento di outreach potentissimo e del Content la benzina con cui alimenta le sue campagne.

Dire che questo è Black Hat vuol dire che tutto il web marketing è Black Hat.

Certo, in un mondo ideale non ci sarebbe bisogno di SEO. Ma il mondo ideale di Google non esiste.
I siti continueranno ad essere mal ottimizzati per i motori, i contenuti mal ideati e semplicemente invisibili.
E se un contenuto di valore è invisibile, pur se è Divina Commedia, nessuno lo nota, lo apprezza, lo condivide e, infine, lo linka.Content e Media Marketingsiti con fini “umanitari” creati al solo scopo di essere poi redirezionati mantenendo i link acquisiti

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..sull'autore,

Consulente SEO e Inbound Marketing, con un debole speciale per tutto ciò che è Content Marketing Strategico. Attivo in ambito nazionale e internazionale, Gianluca scrive regolarmente per Moz (prima conosciuto come SEOmoz) e State of Search, e meno assiduamente nei suoi blog in inglese e italiano.

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