SEO

Tutte le differenze tra Link Building scadente e rischiosa e Link Building di qualità

Il mio primo articolo del 2017 è dedicato ad uno dei miei argomenti preferiti: la link building. Occhio però, non parlerò in questo articolo di link earning e digital Pr, ma di classica link building. Quindi sappi che siamo sempre nel terreno “grey” di attività che, secondo le linee guida di Google, non andrebbero svolte. Ma potrai immaginare benissimo che, senza link building, quel fatturato che potrebbe spettare alla tua azienda sarà risucchiato da altre che magari fanno della link building una delle attività a più alto investimento.

Piccola premessa: all’ultimo Search Marketing Connect c’era un certo Fili Wiese, ex Search Quality Analyst di Google e che ora lavora come SEO (ma va?!) per un’azienda tutta sua. Durante il panel di question&answer è stata letta la mia domanda inviata tramite l’apposito form qualche giorno prima. La domanda era questa: “in percentuale quanta importanza assegneresti oggi ai 3 fattori da cui dipende il ranking su Google, SEO tecnica, contenuti e Links?“.

La sua risposta è stata quella che tutti ci aspettavamo, al di là, del fatto che (credo più che altro per par condicio), abbia detto di ritenere veritiera una ripartizione percentuale equa tra i 3 fattori, ha affermato prima di tutto che “i links sono importantissimi per Google perché è grazie ai links che il Web si forma e funziona”.

Da qui arriviamo a una considerazione: se non si fa link building la farà qualcun altro al posto tuo. Non è più tanto importante ancora comprendere se sia vitale un’attività del genere; senza link non ci si posiziona adeguatamente. Senza link, difficilmente si arriva a maturare volumi consistenti di traffico organico e, benché non tutto il traffico organico si trasformi in vendita, è una naturale equazione che vede all’aumento dei volumi un proporzionale aumento delle vendite.

La reale riflessione dovrebbe essere un’altra: comprendere come fare link building apportando qualità e sicurezza (ai propri progetti) senza finire asfaltati sul terreno.

Fare Link Building è un po’ come fare paracadutismo: si sale facilmente in alta quota ma se poi l’imbracatura non è fissata con sicurezza si rischia di precipitare e farsi molto male.

Finita la premessa riflessiva, passiamo ai fatti. La prima cosa da sapere è che la Link Building scadente e rischiosa è in genere quella che gli stessi SEO o marketer che la svolgono hanno poca voglia di farla. Il loro obiettivo primario è portare risultati nel minor tempo possibile al minor costo, infischiandosene dei rischi o pensando di poter aggirare controlli di qualità.

La Link Building scadente e rischiosa lascia sempre delle tracce

Lasciare tracce mentre si fa link building è molto semplice: basta riprodurre sempre gli stessi schemi.
Solitamente lasciamo tracce quando:

  • spingiamo sempre le stesse pagine, che magari corrispondono proprio a quelle che fanno vendere il sito (deep page);
  • utilizziamo sempre gli stessi anchor text, che magari sono parole chiave esatte e corrispondenti a quelle targetizzate dalla pagina alla quale il link è destinato;
  • si linka sempre nello stesso modo, come ad esempio un link editoriale posto all’inizio di un testo che non presenta altri link esterni);
  • si usa un’unica tecnica di link building, come le directories, o soltanto i guest post.

PBN: mitologia o reale utilità?

E poi negli ultimi anni tornano in voga le PBN e, inspiegabilmente, sembra che le nuove generazioni di SEO ne siano affascinati. Ci sono così tante tecniche per fare link building lì fuori anche più efficaci, eppure in molti puntano alle PBN pensando di essere al sicuro e non lasciare tracce.

Le PBN sono utili lato SEO? Certo, se acquisisco dei domini scaduti che hanno un ottimo profilo link allo scopo di rilanciare un nuovo sito anche di tematica differente, non solo i contenuti postati potranno posizionarsi egregiamente ma anche i link in uscita potranno portare un alto beneficio al sito di destinazione. Una PBN però ad un occhio umano risulta quasi subito innaturale. Tra le cose che spiccano ci sono i segnali di engagement, quasi assenti (parliamo ad esempio delle condivisioni social), un template povero, articoli che sembrano redatti al puro scopo di inserirci un link esterno, assenza di tematizzazione degli argomenti trattati (si parla praticamente di tutto, dal forex al benessere, dall’adult al food) ecc.

Ecco perché chi costruisce una PBN lo fa con una certa accortezza poiché requisiti fondamentali per non essere abbattuti in poco tempo devono essere:

  • indirizzo IP e Classe C, server e geolocation del server tutti differenti, template sempre differenti;
  • evitare servizi di Google: Analytics e Search Console e connessioni tra gli account.

Questa è la base, ma se poi il Registrant dei siti è lo stesso, va a finire che lascio comunque una traccia e risalire a tutti i siti collegati ad un network diventa un gioco semplice come unire i puntini sulla Settimana Enigmistica.

La Link Building (più) sicura e di qualità.

Il “più” in parentesi nel sottotitolo non è casuale: la link building totalmente sicura non esiste e non esisterà mai. Se vuoi qualcosa che ti faccia sentire sicuro al 100% devi impostare la tua strategia su Content Marketing, Link Earning e Digital PR e prevedere anche budget più alti per realizzare contenuti eccezionali da diffondere a siti in target.

Ma se parliamo di link building, potremo farla con un margine di sicurezza in più, un po’ come affrontare una sparatoria con un giubbotto antiproiettili, ma pur sempre di costruzione di link si tratterà e la link building non potrà MAI essere sicura al 100%.

L’obiettivo sacrosanto di chi fa link building oggi deve essere uno soltanto: evitare di lasciare tracce.
Possiamo evitare di lasciare tracce facilmente individuabili “simulando” la naturale acquisizione di link ad un sito in quattro modi.

1. Il cocktail shakerato in modo equilibrato

Pensiamo di gestire un sito storico, di alta qualità, molto seguito da un numero vasto di lettori. Questo sito genera link autonomamente e il suo profilo è composto da vari “segnali” che il dominio ha accumulato nel tempo. Se lo analizzassimo noteremmo che, oltre ai link distribuiti su varie pagine del sito e con un’alta varietà di anchor text, ci sono anche menzioni senza link, link col nofollow, co-citation co-occorrenze, link e menzioni derivanti da contenuti realizzati o da azioni di digital pr, segnali sociali, ecc.

Tutto questo crea il cocktail che viene shakerato e fornito a Google. Un cocktail del genere permette di assaporare i differenti gusti di quanto abbiamo inserito, e non soltanto i links, e non soltanto i link con money anchor text.

2. Un Trust equilibrato tra i link

In un profilo link naturale non tutti i links avranno un authority alta, soprattutto se si parte da zero. Ecco perché non dovremo limitarci a scegliere siti tutti con le stesse metriche SEO (potrebbe essere il Domain Authority di Moz o il Citation Flow di Majestic o altre), ma diversificare bene anche questi fattori. La diversità di siti linkanti, ma anche della loro autorevolezza, non lascerà tracce.

3. “Link them all”

La naturale ripartizione dei link in entrata sulle pagine del sito è un altro dei fattori che fa la differenza. Quello che dobbiamo chiederci è dove linka solitamente chi NON fa SEO?
E da veloci analisi di tutti i siti di maggior successo scopriremo come, dopo la homepage, quasi sempre le pagine più linkate non sono quelle dei prodotti ma quelle editoriali: articoli del blog, mini-guide, eventuali video-guide, ecc.
Questo vuol dire che dovremo fare link building solo alle pagine editoriali del sito? Assolutamente, ma dovremo ANCHE farla per quelle pagine e se ciò non fosse solo per un fattore squisitamente legato alla naturalezza, lo si potrebbe anche imputare ad un discorso di trasferimento di link juice: un link esterno che punta ad un articolo che al suo interno ha un link diretto alla pagina prodotto.

4. Non siamo matematici, evitiamo la creazione di schemi

Una delle pratiche più comuni alla gestione di link building è la processualità delle attività. Processualità spesso legata ad un calendario editoriale.
Faccio un esempio di calendario editoriale dell’attività:

  • 1° mese: 10 link puntanti alla pagina A con la parola chiave A
  • 2° mese: 10 link puntanti alla pagina B con la parola chiave B
  • 3° mese: 10 link puntanti alla pagina C con la parola chiave C.
  • ecc.

In questo modo sto lasciando almeno tre tracce diverse: stesso numero di link prodotti per mese, ogni mese spingo una pagina differente, ogni mese spinto una money keyword diversa.

Come puoi immaginare, dovremo fare in modo di variare queste condizioni mese per mese, meglio ancora se settimana per settimana.
Quindi se, ad esempio, il primo mese si linkeranno pagine differenti, quello successivo se ne linkeranno altre differenti, senza mai creare schemi riconducibili ad un’attività manuale.
Stessa cosa andrebbe seguita per la scelta dei siti, livello della loro autorevolezza, anchor text dei link, ecc.

1° MESE



2° MESE

Il “contenitore” del Link

Su questo aspetto si potrebbero aprire dibattiti lunghi molte ore, soprattutto perché non c’è alcuna evidenza empirica che un link inserito nel testo in un modo o in un altro piaccia più o meno a Google. Potrebbe essere vero che un link inserito all’inizio di un testo su un sito autorevole e a tema e con anchor text esatto corrispondente a quello della parola chiave che ci interessa ci garantisce il massimo del boost, ma sapere esattamente come deve essere un testo editoriale con il nostro link affinché non appaia sospetto agli occhi di un manual reviewer di Google non è affatto cosa scontata.

(Nb. noto molto spesso confusione tra chi fa SEO. Moltissimi sono convinti che il manual reviewer, ovvero la persona preposta all’analisi dello spam nei siti web, si chiami “quality rater“. Sono due figure completamente diverse. Chi si occupa di combattere lo spam è un dipendente di Google e fa parte del Search Quality Team, il quality rater no, è una persona esterna a Google e pagata a progetto e che in Google non è mai stata. Il quality rater non esamina i siti alla ricerca di spam, ma esamina le serp per determinare la corrispondenza dei risultati proposti alla query fornita dagli utenti).

Chiaro che se continuiamo a fare link building in questo modo su siti che ospitano decine di tematiche differenti, con testi brevi e un solo link in uscita su testo commerciale, la caduta sarà facile e disastrosa.



Tra i consigli che mi sento di dare:

  • cercare sempre siti editoriali con traffico attivo: meglio un link da un articolo con commenti e condivisioni sociali che uno da un articolo con nessuna metrica di interazione e visualizzazioni;
  • non utilizzare mai lo stesso stile di scrittura negli articoli, ad esempio tutti articoli con un link esterno da 300 parole. Sarà un altro pattern facilmente individuabile;
  • adattarsi allo stile editoriale del sito linkante. Se il sito linkante produce nel suo piano editoriale solitamente articoli da oltre 1000 parole, iper-dettagliati e hanno tutti uno stile di scrittura “distintivo” e non linkano mai all’esterno o lo fanno apponendo il “nofollow” al link e presenta anche a corredo del testo altri contenuti multi-mediali (immagini, video, ecc.) e il nostro testo ha link dofollow, 300 parole, uno stile di scrittura del tipo “scritto in 5 minuti” ed è privo di contenuti multimediali, allora stonerà un po’ troppo rispetto a quanto pubblicato normalmente dal gestore di quel sito.

Spero di averti dato alcuni spunti di riflessione per orientare al meglio le tue attività in questo anno appena iniziato.

Ti auguro un 2017 altamente linkabile!

Co-founder dell'agenzia, laureato in Marketing e Comunicazione d'azienda, ha fatto dei Motori di Ricerca e dei Social Media la sua passione. Esperto di Content Marketing e autore del libro "Gestisci Blog, Social e SEO con il Content Marketing" si occupa di sviluppare strategie digitali finalizzate alla crescita di visibilità e fatturati di grandi aziende e Pmi.

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  • Ciao Dario, ottimi consigli. Cosa ne pensi di bloccare anche i bot dei vari strumenti come majestic, ahrefs semrush ecc… per offuscare le tracce quando proprio la si fa sporca? 🙂

    • Ciao Giulio,
      grazie.
      Nel post in realtà parlo di tracce lasciate non tanto ai SEO, quanto proprio a Google. Quindi anche se bloccassimo l’accesso ai bot dei vari tool di analisi non servirebbe a nulla bloccarlo a Google in quanto per analizzare il profilo link non utilizzano strumenti esterni che usiamo noi SEO.

  • Dario Bongiovanni

    Ciao Dario, bell’articolo. Ne approfitto per chiederti il tuo parere in merito la LB interna al sito e i vantaggi che questa può dare ai fini del posizionamento.

    • Ciao Dario,
      la link building interna ha senso seguirla sempre con dovizia, seppur sia evidente abbia meno efficacia di quella esterna. Nel post infatti consiglio di linkare (con backlink) anche gli articoli del blog, sia per una questione di maggior naturalezza, sia perché nel post del blog (si spera interno allo stesso dominio) possiamo inserire link interni con àncore esatte senza alcun problema e passare così parte di quel juice alle pagine prodotto contestuali (articolo che parla di un argomento inerente il prodotto venduto da cui è poi possibile linkare la landing page corrispondente).

      Per il resto la struttura dei link interni, soprattutto per gli shop online, ma, in genere, per qualsiasi sito, va ben definita sin dall’inizio della costruzione dell’architettura informativa. Infine, se si hanno blog, magazine o siti editoriale, la link building interna ha la sua utilità anche per evitare situazioni di keyword cannibalization, quando stesse pagine o articolo rischiano di competere con la stessa parola chiave. Per evitare questa situazione dobbiamo linkare la pagina che vogliamo far rankare meglio da quella che potrebbe targetizzare la stessa parola chiave, usando come testo di ancoraggio, la parola chiave che potrebbe creare competizione.

  • Ottimo articolo Dario!

Grazie per lo share!

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